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Io e le mie orecchie

 

Mio nonno era un milanese di altri tempi. Era uno che diceva pane al pane e che ne aveva viste tante, tra guerra e dopoguerra, sempre veleggiando leggero tra una gonnella e l’altra pur mantenendo la riga dei suoi pantaloni blu sempre perfetta come una lama e le scarpe nere lucide sempre riflettenti come uno specchio.

Mio nonno quando arrivava il pranzo di Natale si trasformava in un pacioso nonno (appunto) gioviale con noi nipoti ed affabile con tutti i familiari. Ma riconoscevo in lui quel tratto che lo rendeva interessante ai più, solo che me lo sono spiegato più tardi negli anni. Era la quintessenza della vanità e dell’autocelebrazione. Parlo della vanità che era concessa in quegli anni, non certo dell’edonismo Reaganiano o della superficiale arrogante evanescenza di oggi. Antesignano della supercazzola prima ancora che Monicelli mettesse in scena il personaggio del Mascetti, abile corteggiatore elegante e discreto, ma efficace e motivato, egli fu per me, adolescente mingherlino dalle orecchie troppo grandi per la mia testa, una sorta di primo benchmark su cui parametrarmi prima di affrontare la vita.

Quando ripenso alle lunghe vacanze estive in campagna della mia infanzia e ai tanti pomeriggi passati insieme a mio nonno sorrido. In realtà mi usava per mettere in atto i suoi corteggiamenti galanti. “Vero Riccardino che oggi hai voglia di andare alla pesca facilitata a catturare qualche trota che la nonna ci cucinerà stasera?”. Io rispondevo si, naturalmente, sia per il divertimento di andare a pescare che per il piacere di stare con mio nonno. Io e le mie enormi orecchie, con tanto di canna da pesca e retino, venivamo indirizzati sulla riva del piccolo lago e pescavo come un forsennato, pescavo tutto quello che riuscivo a prendere. Quando, stremato dalla giornata di pesca e dal sole, raggiungevo mio nonno per mostrargli il risultato del mio impegno lo trovavo amabilmente impegnato a chiacchierare (ma sarebbe più corretto dire corteggiare) la proprietaria della pesca sportiva che, per inciso, sembrava non disdegnare affatto la sua compagnia.

Ecco, mio nonno lo ricordo così e non smetto di sorridere quando ci penso. Era un figo d’altri tempi, misurato e intelligente. Mai una parola fuori posto, egli preferiva un amabile sorriso a una sterile polemica. Mi ha insegnato più lui senza farmi mai un discorso ufficiale, di tanti altri maestri senza il suo carisma.

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