Museo Oceanografico di Monaco: pronti per volare in Australia?

Aperta al pubblico da sabato 18 luglio fino al termine del 2021, la nuova mostra pedagogica intitolata IMMERSION è stata svelata in anteprima alla stampa da team del Museo Oceanografico di Monaco che, in collaborazione con il Governo monegasco e quello australiano, la Fondazione Principe Alberto II e un manipolo di sponsor, hanno deciso di portare i visitatori lontano con un viaggio virtuale ed interattivo dedicato alle barriere coralline. Un omaggio, questo, ad uno dei tre misteriosi ed affascinanti ecosistemi che regolano il nostro pianeta (gli altri due sono le foreste tropicali e quello creato dall’uomo, n.d.r.), considerato inoltre che la grande barriera australiana rappresenta di fatto il più grande organismo che vive sulla Terra. A raccontarci le sue impressioni l’architetto Ludovico Laura, esperto in tecnologia e grafica digitali.

Robert Calcagno, Direttore Museo Oceanografico di Monaco

Il 16 luglio è stata presentata in anteprima alla stampa la nuova attrazione del Museo Oceanografico del Principato di Monaco: la sala “Immersion”. A livello didattico questo nuovo ambiente è dedicato al tema delle barriere coralline situate a nord-est dell’Australia e al loro ricchissimo ecosistema. Nella sua breve introduzione prima della visita, il Direttore Generale del museo, Robert Calcagno, ha spiegato ai presenti che le barriere coralline, sebbene coprano solo lo 0.2% della superficie degli oceani, ospitano in realtà ben il 30% della biodiversità marina.  La soluzione scelta per mostrare (almeno in parte) al pubblico una tale complessità a livello di flora e fauna non poteva certamente prescindere dall’utilizzo della Tecnologia. Difatti, come ormai sempre più spesso accade nel cinema, quando le scene sono difficili, impossibili o semplicemente anti-economiche da girare nella realtà, a quel punto viene in aiuto la “computer-grafica”, ossia la creazione di attori e scenari virtuali in grado di apparire reali e credibili all’occhio di chi li guarda.  Allo stesso modo qui la fauna e la flora marina sono stati ricreati tridimensionalmente e resi attori di un film che però non si ripete mai uguale a se stesso.  Infatti uno dei criteri alla base di questa esposizione è quello della “interattività”, cioè l’interazione tra gli abitanti delle barriere coralline virtuali e le persone reali che tale ambiente osservano: come spiegato da Olivier Ferracci (direttore artistico di “Dreamed by Us”), in molti casi, come accadrebbe nella realtà, alcuni pesci si muoveranno incuriositi verso lo spettatore per osservarlo, salvo poi fuggire nel caso quest’ultimo si avvicini troppo.  Una volta entrati nella sala – che fa parte di un complesso percorso pedagogico – ci si trova in un ambiente rettangolare di una ventina di metri di lunghezza, largo un po’ meno della metà e circondato da pareti alte 9m. Sulle pareti e sul pavimento sono proiettati gli scenari oceanici con l’incessante moto dei suoi abitanti.

 L’effetto globale è certamente immersivo grazie all’eccellente realismo della resa grafica globale dell’ambiente marino, rappresentato con estrema credibilità sia nelle sue variazioni di luce nelle differenti ore del giorno (10 differenti scenari) sia nella fluidità dei movimenti delle creature che lo popolano.  La scelta della tecnologia della proiezione ha implicato peró la creazione di 3 bande nere verticali in ogni lato lungo della sala, bande dove i suddetti proiettori (40 in tutto) sono stati collocati ma anche abilmente nascosti allo spettatore.

L’impressione che si ha al primo impatto è di essere in una sala vetrata sommersa nell’oceano ma sorretta da tre grossi pilastri su ogni lato lungo. La risoluzione delle immagini sulle pareti è molto alta e ben definita, e solo arrivando quasi in contatto con queste si cominciano a intravedere i pixel che le immagini generano. Purtroppo lo stesso non si può dire delle proiezioni sul pavimento: essendo generate da proiettori posti molto in alto e con un fascio di luce ampio, queste appaiono sgranate e molto meno credibili, oltretutto qua e là parzialmente oscurate dall’ineluttabile presenza dell’ombra degli spettatori. Comunque alla fine il vero spettacolo è nelle pareti verticali, è lì che la ricchezza dell’ecosistema si disvela nei suoi colori, nelle sue danze e nelle differenti liturgie scandite dalla luce e dal tempo.  Certamente un ambiente corallino non sarebbe mai stato ricreabile in maniera tanto esaustiva senza l’uso del virtuale, e ciò è ben evidente lasciando la sala immersiva e proseguendo la visita: difatti si succedono una serie di veri acquari che rappresentano però solo dei piccoli scorci, seppur sempre interessanti, del mondo che si è ammirato in precedenza. In queste stanze e lungo il percorso la didattica, pur meno spettacolare, si fa più incisiva a livello di contenuti, arrivando anche a trattare lo scomodo tema del riscaldamento globale e delle sue conseguenze presenti e future su questi ambienti marini.  Per concludere ritengo che la creazione di questa sala immersiva potrebbe essere un’attrattiva di successo non solo per la ricchezza di specie animali e vegetali mostrate, ma perché il virtuale di per sé crea oggi enorme interesse nello spettatore, a prescindere dal fenomeno che esso voglia descrivere o rappresentare. In tanti probabilmente andranno spinti più dalla curiosità di vedere quanto questa installazione sia appagante per i sensi, ma poi, tornando a casa, si troveranno ad avere qualche conoscenza nuova e qualche interrogativo in più su ciò che il mondo rischia un giorno di perdere. E, se così fosse, il risultato, nell’intento degli organizzatori del Museo di Monaco, si sarebbe comunque raggiunto: la sensibilizzazione non solo degli adulti ma dei più giovani, in fondo, passa anche per la suggestione di essere stati a 10 metri sotto il livello del mare, sulla Grande Barriera Corallina in Australia, seppur a pochi passi dal Palazzo dei Principi di Monaco. Miracoli della scienza virtuale!

QE MAGAZINE 2020 #25

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