Quando il gioiello incontra l’anima: Frieda Kaplan Gross a Monaco, tra eredità familiare e artigianalità italiana

C’è una Monaco che non si vede dalle tribune del Gran Premio, quella che si costruisce nelle settimane che precedono il rombo dei motori, nelle gallerie, negli atelier, negli incontri riservati a pochi eletti. È in questo Principato silenzioso e raffinato che il 6 maggio scorso è arrivata Frieda Kaplan Gross, creatrice di gioielli di origini tedesche ma londinese nel cuore e italiana nell’anima, per presentare qui la sua collezione…

Per Frieda Kaplan Gross non è la prima volta che sceglie la Costa Azzurra — bensì la terza, per la precisione —per mostrare le sue creazioni che riflettono la luce di questo angolo di Mediterraneo. E non è di casuale. La presentazione organizzata nella sala del Cipriani, nel cuore di Monaco, ha avuto decisamente i caratteri di un incontro privato, quasi filosofico prima che commerciale. Nessuna fiera, nessun palco. Solo ospiti selezionati, capaci di cogliere il senso profondo di una visione: quella di gioielli pensati per donne indipendenti, donne che scelgono di regalarsi una pietra preziosa come atto d’identità e non come attesa. Nonostante l’uso di oro e diamanti, le collezioni mantengono un posizionamento di lusso accessibile, concepite per essere indossate ogni giorno con naturalezza.

Frieda è gioielliera di terza generazione. La sua storia affonda le radici in una tradizione di famiglia che ha attraversato continenti: il nonno avviò l’attività in Sud America, prima che la famiglia portasse il proprio sapere in Europa, attraverso un atelier italiano, quello di Valenza Po. Frieda ha saputo onorare questa eredità senza esserne schiacciata, costruendo un linguaggio proprio. Ha studiato al London College of Fashion, si è qualificata come gemmologa certificata GIA, ha guardato le tendenze del settore con l’occhio di chi le anticipa. Poi ha lanciato il suo marchio come progetto indipendente, separato dalla genealogia familiare pur nutrendosi di essa: nelle sue collane vivono simboli che rimandano al nonno, memorie tradotte in forme contemporanee. Antico e moderno si intrecciano senza stridere. La sua firma più originale è tecnica prima ancora che estetica: un brevetto esclusivo che fonde titanio e oro in una lega ultraflessibile, capace di adattarsi naturalmente al corpo pur conservando tutta la raffinatezza dell’alta oreficeria. I girocollo in titanio rivestiti d’oro, i bracciali che si trasformano in anelli, le creazioni che dialogano con la silhouette di chi li porta — tutto nasce da questa intuizione materica. E poi c’è sempre la collezione per bambini, gioiellini personalizzati incisi con nomi, presentati in confezioni firmate accompagnate dall’iconico peluche a forma di elefante che riproduce in grande il ciondolo: un’idea che ha trasformato il gioiello in oggetto affettivo, tramandabile. Nulla di tutto questo sarebbe possibile senza Valenza. Frieda ha scelto la città piemontese — la patria indiscussa della manifattura orafa mondiale — come sede della produzione. Una scelta che non è né nostalgica né casuale, ma profondamente consapevole: l’artigianalità italiana, a Valenza Po, non è folklore. È metodo, è precisione, è una tradizione che sa farsi strada attraverso gli anni senza cedere alla fretta industriale. A questa Monaco che celebra l’artigianalità del gioiello si affianca, in questi stessi giorni, le riflessioni sul savoir-faire italiano e la creatività di Frieda hanno dimostrato che alla bellezza non hanno più alcun confine.

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