Monaco Incontra Torino: quella volta che Umberto Eco…

Questa intervista è un’eccezione alla nostra serie di articoli già pubblicati nella nostra rubrica Monaco Incontra Torino, su QE-MAGAZINE: si tratta di un brano dedicato allo scomparso eclettico scrittore Umberto Eco, firmato da Franco Rabino, fotografo professionista che si occupa principalmente di eventi d’arte e letteratura. Da alcuni anni sta conducendo personali ricerche sul paesaggio contemporaneo. Ha una seconda vita interiore che lo porta a scrivere testi teatrali, e quando possibile, a curarne la regia. Nel 2010 un suo testo, SOFIA, è stato selezionato a rappresentare l’Italia al Festival delle Donne Latine a Parigi ma è nel 2012, nell’ambito di PASSEPARTOUT, festival di letteratura e dintorni che si tiene ogni anno ad Asti, Rabino incontra fisicamente e fotograficamente uno degli ospiti più attesi di quella edizione: era Umberto Eco che avrebbe tenuto il suo intervento in forma di conferenza, senza conduttori o interlocutori accanto a lui sul palco.

Nel panorama letterario contemporaneo Umberto Eco era certamente una delle figure più di spicco; fotografato e filmato centinaia di volte. Di lui esistevano centinaia di immagini di grandissima qualità. In particolare avevo un vivo ricordo delle fotografie che gli aveva realizzato Daniel Modzinsky pochi anni prima.

Umberto Eco by Franco Rabino

E poi molte altre interpretazioni e racconti per immagini in cui era evidente il tentativo di afferrare il lato meno pubblico del personaggio oppure di enfatizzarne la “letterarietà” in filigrana…Ero dunque nella situazione, felice ed infelice allo stesso tempo, di avere una personale chance per misurarmi a mia volta con una personalità già icona di sé stesso, la cui imagine era già consegnata alla storia. Praticavo questo tipo di fotografia già da molto tempo e mi era chiaro che ciò che viene chiamato ritratto dell’autore è, il più delle volte, un gioco di specchi tra due opposte, se pur temporaneamente convergenti, realtà. Un gioco sottile in cui ognuno cerca di riflettere nell’altro un’immagine che sia all’altezza delle aspettative. Ma non volevo inoltrarmi lungo questo percorso. Volevo giocare il più possibile in un ambito in cui le regole fossero ancora da scrivere. Eco arrivò puntuale, all’ora convenuta con gli organizzatori. Un signore educato e tranquillo, dai modi garbati. Di quell signore così a modo avevo letto, nel corso degli anni, numerose cose. I saggi, la rubrica settimanale, gli scritti che – da semiologo – aveva dedicato, tra I primi in Italia, alla complessa ridefinizione del linguaggio fotografico. Cosi, mentre altri fotografi, più legati alle contingenze giornalistiche dei quotidiani, lo prendevano velocemente d’assalto, mi venne di stare il più lontano possibile e possibilmente invisibile. Mi venne la necessità, dettata più dall’impulso che dal ragionamento, di stabilire una distanza; vederlo, osservarlo ma da un punto lontano, come se l’eccessiva vicinanza portasse con sé il rischio di una inevitabile retorica dello sguardo. Poi salì sul palco, sedette, aggiustò di poco il microfono e l’ inflessione inconfondibile della sua voce conquistò il silenzio del pubblico. E di nuovo, d’impulso, decisi che così l’avrei raccontato: mantenendo una distanza sufficiente a far si che se anche mi avesse percepito non si sarebbe sentito in obbligo di interagire in qualche modo. Libero lui, libero io. Utilizzai solo il teleobbiettivo da 200 millimetri, girando il più possibile intorno al palco ma alla massima distanza che mi era consentita. Umberto Eco era solo, poteva lasciar scorrere in tranquillità i suoi pensieri senza interferenze percepibili. Anche io ero solo ad inseguire la sua immagine attraverso le lenti, a raccontarlo svincolato dall’obbligo non scritto di essere all’altezza della propria immagine già così tante volte definita. Così, in una serata dolce di inizio estate, ho provato a scattare la milionesima fotografia di Umberto Eco.

QE-MAGAZINE 2020 #25

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