I paesaggi della nostra vita, il nuovo libro di Ugo Morelli

Abbiamo il piacere di incontrare nuovamente Ugo Morelli, intellettuale, docente, saggista e psicologo di fama internazionale. I suoi studi preziosi intrecciano insieme discipline diverse in modi audaci ed innovativi. Salvatore Dimaggio lo ha intervistato per voi.

Esce per Silvana Editoriale, “I paesaggi della nostra vita”. In che modo questo nuovo testo continua il suo percorso di ricerca? “Quindici anni fa c’è stata una svolta da parte di UNESCO a livello internazionale riguardo al tema della vivibilità. UNESCO si è chiesta come si potesse prendere in mano il tema dei temi, cioè l’educazione degli adulti, degli adolescenti e dei bambini sulla prospettiva che ci si para innanzi, cioè quella di essere ad un punto di soglia della nostra storia. Essendo diventata, per dir così, la padrona del pianeta, nel bene e nel male, ed avendo superato i sette miliardi di individui, la specie umana non poteva continuare a comportarsi come quando eravamo poche centinaia di milioni”.

Immagine by Michela Terzi

“La vivibilità, data per scontata in tutta la durata della specie, è diventata oggi una questione da conquistarsi. Siamo noi la specie che per la prima volta potrebbe diventare protagonista della sesta estinzione, quindi della propria estinzione. Questo fu il tema. Si cominciò a ragionare sulla possibilità di creare un’ipotesi di alta formazione. Facemmo un progetto come Provincia Autonoma di Trento per ospitare il World Heritage Management cioè un master per la gestione dei beni naturali UNESCO dove l’ipotesi di base è che per noi esseri umani non c’è niente di completamente naturale. Tutto ciò con cui interagiamo è sempre mediato dalla nostra competenza simbolica, per cui anche un bene naturale come una campagna o un paesaggio marino per noi diventano tali in una maniera diversa da quella di un pesce. Dunque gli ambienti sono mediati dalla nostra capacità di dare senso e significato, che è una grande capacità, ma anche un grande vincolo, perché poi alla ricerca di senso e significato noi abusiamo della realtà. Nei territori e negli spazi facciamo poi tutto quello che ci pare e non ne abbiamo mai abbastanza. In quest’ambito ho iniziato a studiare la rappresentazione psicologica del paesaggio, ambiente e territorio. In particolare ho voluto studiare soprattutto le resistenze al cambiamento che la nostra specie esprime. Noi siamo sempre più resistenti, nonostante le evidenze, ad agire in un modo diverso e a pensarla in un modo diverso. Facciamo una fatica veramente grande ad uscire dalla dipendenza dalla storia, dalle nostre abitudini a livello personale anche collettivo e politico. Basta vedere che destino hanno le conferenze ONU sull’ambiente: sono sempre montagne che partoriscono topolini”.

Dunque quella ricerca ha dato vita al libro uscito nel 2011 per Bollati Boringhieri il cui titolo è appunto “Mente e paesaggio, una teoria della vivibilità”. Applicando al tema del paesaggio la prospettiva di ricerca propria delle neuroscienze cognitive sono andato avanti nella mia ricerca e su questo vi sono alcune cose che le voglio dire. Innanzitutto che il paesaggio non è uno sfondo, una sorta di quinta teatrale sullo sfondo della quale si svolge la vicenda. Il paesaggio è aria che respiriamo, acqua che beviamo; entra a far parte di noi. Di conseguenza il paesaggio non è una cosa, ma è un’esperienza che emerge al punto di incontro tra mondo esterno e mondo interno, mediata dal principio di immaginazione. Posta questa ipotesi abbiamo verificato come ci atteggiamo di fronte a questa prospettiva. Quello che abbiamo verificato è che esistono per lo meno tre forme di resistenza. L’ho chiamate sindromi e ho voluto chiamarle così perché non derivano da un fattore unico, ma da un fattore piuttosto articolato. La prima è quella che ho chiamato sindrome dell’”after you”, dunque dopo di te. Dunque io dico “prenderò i mezzi pubblici dopo di te. Farò questo cambiamento dopo che lo hai fatto tu, così vediamo come va e vediamo se mi conviene”. Ma siccome anche lei fa così con me chiaramente non cambia nulla. La seconda è quella che ho voluto chiamare “Titanic syndrome” vale a dire quella che ci porta a dire “ma perché deve essere la nostra generazione ad occuparsi di tutti questi problemi quando per secoli o millenni tutte quelle che l’hanno preceduta hanno fatto quello che hanno voluto con l’ambiente senza porsi nemmeno il problema di cosa fosse e senza avere neppure l’idea che ci potesse essere un limite all’utilizzo?”. Mi viene alla mente la battuta di Groucho Marx che diceva: “Perché dovrei preoccuparmi delle generazioni future? Forse loro hanno fatto qualcosa per me?” La terza si può ben sintetizzare nell’espressione “ci devono pensare gli altri”. Dunque ci dovrà pensare qualcun altro. Ci dovrà pensare chi ci governa. Senza poi pensare che chi ci governa è espressione del popolo. Il signor Trump, ad esempio, non si può negare che sia stato posto lì dagli americani e che per tanti versi abbia semplicemente realizzato le cose che aveva promesso in campagna elettorale. Dunque la deresponsabilizzazione vince. Il problema è che le questioni sono drammatiche e non c’è molto tempo. In conseguenza di ciò abbiamo per così dire acutizzato la ricerca e da qui nasce quest’ultimo libro”.

CONVEGNO IN PROVINCIA IN SALA DEPERO SULLE DOLOMITI CON MORELLI, DE BATTAGLIA E GILMOZZI. © FOTO MATTEO RENSI.

Restando su questa prospettiva, le vorrei chiedere: come mai il linguaggio che dovrebbe essere l’elemento che ci fa decodificare/edificare l’ambiente, possa trasformarsi nello strumento mediante il quale noi collettivamente ci disinteressiamo dell’ambiente? “Questo è davvero uno dei punti cruciali. Che cosa, per così dire, combina il linguaggio? Noi siamo uomini e donne di parola, non nel senso che manteniamo la parola data, ma nel senso che ci contraddistingue il linguaggio verbale articolato. Dire è fare, per citare un classico libro di Austin, “Quando dire è fare”. In questo caso linguaggio mostra di svolgere una funzione di dissolvenza delle emozioni che, per esempio, le catastrofi e gli eventi critici provocano. Naturalmente pensiero e linguaggio sono combinati. Il linguaggio non è uno strumento come per esempio il registratore con cui registra la nostra conversazione. Quindi il mio linguaggio sono io. Noi abbiamo un grande bisogno di rassicurazione e nulla ci rassicura come la consuetudine. Ciò che abbiamo sempre fatto, anche quando risulta sconveniente, noi tendiamo a ripeterlo perché sappiamo come vanno le cose lì. Un’importante ricerca fatta da Kahneman, mostra che in due terzi dei casi confermiamo la consuetudine anche quando è chiaro che gli esiti saranno indesiderati. E dunque che funzione svolge il linguaggio? Il linguaggio svolge una funzione rassicurante nella misura in cui conferma la consuetudine. Immaginiamo che io e lei andiamo in giro un po’ come Savonarola con dati alla mano a smentire le tesi di Trump, ecco che verremmo bruciati in pubblica piazza. Mentre il signor Trump se la passerebbe liscia, fino a prova contraria. Prova contraria che ovviamente non arriva mai, perché tendiamo a rinviarla. Ma lo abbiamo visto con il COVID-19, una situazione drammatica che probabilmente metterà in crisi il nostro modello di vita e di sviluppo. Trump ha potuto dire le cose più assurde e poi smentirle tranquillamente e nessuno del suo elettorato gli ha chiesto conto di questo. Dunque siamo una specie nella quale la razionalità agisce soltanto in talune circostanze anche se ci definiamo presuntuosamente l’animale razionale. Non siamo in grado di sviluppare una educazione che impedisca l’emotività di violare la razionalità. Questo libro nasce proprio da lì. “I paesaggi della nostra vita” è un libro che è organizzato nelle cinque esperienze più significative dell’area emozionale. Come avevamo già individuato nella nostra precedente intervista, le aree emozionali in grado di creare la maggiore risonanza sono quelle che hanno a che fare con le esperienze più importanti della nostra esistenza”.

“Nel libro troviamo i capitoli: Il paesaggio e il sacro, Il paesaggio e l’amore, Il paesaggio e l’arte, Il paesaggio e la politica, Il paesaggio e la scienza. Ebbene, l’ipotesi è quella che la terza educazione possa agire su questi cinque fattori. Perché terza educazione? La prima educazione è quella che riceviamo nel nostro ambiente di origine. Poi andiamo a scuola e riceviamo dalla scuola dell’infanzia fino all’università quella che possiamo definire seconda educazione. Questa può mettere in discussione in parte la prima ed in parte confermarla. Da tutto ciò noi diventiamo capaci di apprendere. Ebbene la terza educazione è quella dell’ apprendere ad apprendere. Ciò è rilevante perché noi oggi abbiamo la tendenza spontanea alla conferma, alla ripetizione. Cioè imparare a confermare l’esistente. Una volta che abbiamo appreso qualcosa non siamo educati a metterla in discussione. Questo lo fanno soltanto gli scienziati. Io ad esempio ho messo in discussione il modo in cui funziona l’esperienza estetica umana ed ho ottenuto un’ipotesi innovativa con qualche risultato interessante. La questione è tutta lì. Nasce l’esigenza di intervenire sul rapporto tra ambiente ed amore, inteso come legame con l’ambiente, sul rapporto tra ambiente e politica inteso come responsabilità, eccetera. Ed ecco, il libro fa questo, ma non riportando i dati nudi e crudi, ma attraverso una dimensione narratologica”.

QE MAGAZINE 2020 #25 SPECIALE ESTATE

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