Europa, America e il futuro dell’economia globale: a Monaco il confronto tra Luca Garavoglia e Davide Serra
Una sala gremita e un pubblico particolarmente attento hanno accolto, lunedì 16 marzo nella Salle des Arts del Centre de Conférence ONE Monte-Carlo, l’incontro organizzato dalla Monaco Méditerranée Foundation dedicato a uno dei temi più delicati dell’attuale scenario internazionale: il rapporto tra Europa e Stati Uniti e le sue implicazioni economiche e geopolitiche

Ad aprire la serata è stato Gianluca Braggiotti, che ha introdotto gli ospiti sottolineandone il profilo internazionale e la solidità del loro percorso professionale.



Il tema dell’incontro era provocatorio e attuale: «Gli Stati Uniti. Molte domande ma una certezza: non possiamo farne a meno». Un titolo che riassume perfettamente la fase storica che attraversano l’Europa e l’economia mondiale. Garavoglia, che raramente interviene in contesti pubblici con i giornalisti, ha scelto di partire da una prospettiva storica. Dal dopoguerra, ha ricordato, l’Occidente vive dentro un sistema economico e geopolitico costruito attorno agli Stati Uniti: una sorta di “pace americana” fondata sul dollaro e sulla centralità militare e finanziaria di Washington. Gli Stati Uniti hanno sostenuto gran parte dell’architettura della sicurezza occidentale, pagando spesso anche per la difesa dei loro alleati. Oggi, però, quell’equilibrio appare meno stabile. Per la prima volta da decenni, il sistema sembra perdere il suo bilanciamento naturale. Gli Stati Uniti stanno cercando di rinegoziare il rapporto con i partner occidentali, mentre l’Europa si trova a gestire un peso crescente di debito pubblico e una difficoltà strutturale nel definire una strategia economica comune. La questione energetica è uno degli esempi più evidenti di questo squilibrio. Gli Stati Uniti oggi producono più petrolio e gas persino di paesi tradizionalmente dominanti come Emirati o Qatar, mentre l’Europa resta vulnerabile sul piano energetico. Secondo i relatori, il continente dovrebbe probabilmente riconsiderare seriamente il ritorno all’energia nucleare per recuperare autonomia e stabilità. Se lo scenario geopolitico appare complesso, quello finanziario non lo è meno.







Davide Serra ha offerto una lettura molto diretta del sistema globale: circa il 70% del valore economico mondiale resta legato al dollaro e, di conseguenza, al debito americano. Un paradosso che rende evidente quanto il mondo continui a dipendere dall’economia statunitense anche mentre cresce l’esposizione finanziaria degli Stati Uniti. Nel frattempo, segnali di instabilità emergono da diversi fronti. Il prezzo dell’oro continua a salire e molte banche centrali stanno aumentando le proprie riserve auree. L’oro, ha spiegato Serra, resta la riserva di valore per eccellenza nei momenti di incertezza globale. Molto più severo il giudizio sulle criptovalute. Per entrambi i relatori non rappresentano un sistema monetario stabile. Piuttosto, sono state paragonate a una forma di arte moderna: il loro valore dipende più dalla percezione e dalla speculazione che da un reale fondamento economico. Non a caso, in alcune economie asiatiche il loro utilizzo è fortemente limitato o regolato.




Secondo Garavoglia, il problema più profondo è che negli ultimi quindici anni il sistema finanziario globale è stato progressivamente inondato di liquidità. Dopo il fallimento di Lehman Brothers, poi la pandemia di COVID-19 e infine le tensioni geopolitiche attuali, le banche centrali hanno sostenuto i mercati con una quantità enorme di moneta. Il risultato è un mercato che, per certi versi, appare “drogato”, dove il valore nominale delle attività finanziarie non sempre riflette il loro valore reale. E se ora, per tutti, non c’ è più voglia di rischiare, tanto sul piano personale quanto su quello professionale, resta il fatto, più sorprendente della serata, che ha riguardato la demografia. Per Garavoglia, come per Serra, il declino demografico europeo rappresenta forse la sfida più seria per il futuro del continente. L’Italia, in particolare, sta vivendo una riduzione costante della popolazione. Il motivo, secondo entrambi, è anche economico. Fare figli oggi richiede stabilità e sicurezza finanziaria. Se queste condizioni mancano, diventa sempre più difficile conciliare lavoro, carriera e famiglia. In queste circostanze, molte donne si trovano costrette a rinunciare o a rinviare la maternità. E se la tendenza continuerà, l’Europa dovrà necessariamente fare affidamento su un’immigrazione qualificata per mantenere il proprio equilibrio economico e produttivo. La conferenza si è chiusa senza facili conclusioni ma con una certezza condivisa: il mondo sta attraversando una fase di transizione profonda. L’Europa dovrà ridefinire il proprio rapporto con gli Stati Uniti, affrontare il peso del debito, ricostruire una strategia energetica e rispondere a una crisi demografica che rischia di ridisegnare l’equilibrio del continente. Nel frattempo, il sistema globale continua a muoversi tra incertezza e interdipendenza. Ed è forse proprio questa la lezione della serata monegasca: nonostante tutte le domande aperte ed il ‘fenomeno Trump’, il legame tra Europa e Stati Uniti resta una delle colonne portanti dell’equilibrio mondiale.
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