Incontro con l’arte di Alfredo Troise, il pittore che dipinge il pregiudizio

Il suo limite si chiama Sindrome di Gilles de La Tourette, ed è anche la sua forza. Alfredo Troise sa come ci si sente ad essere giudicati e lo racconta attraverso la sua arte, che è contemporaneamente espiazione e liberazione. Intervista di Patrizia Ruscio

Le parole possono ingannare, gli occhi no. Uno sguardo può accarezzare un’anima offesa o scagliarvisi addosso, emettendo la più severa delle sentenze. E allora perché non rappresentarli questi occhi puntati addosso dalla nascita, che giudicano la diversità anziché accoglierla? Si tratterebbe di un’operazione analoga e inversa alla precedente, dal risultato sorprendente che Alfredo Troise conosce bene: per ottenerlo gli basta guardare dritto negli occhi chi lo
osserva e capovolgere gli addendi di un conto che, fino a poco tempo fa, non tornava. Perfettamente accomodato tra i colori e gli odori pungenti della sua bottega di Valogno, alle pendici del vulcano di Roccamonfina, il pittore napoletano è felice di aver trasformato il pregiudizio nel soggetto preferito delle sue opere. L’arte di Alfredo Troise è aristotelica liberazione, imitatrice della realtà che ne riproduce i tratti in un gioco di specchi, sublimandoli in un sentimento di compassione e sgomento al tempo stesso. Maestro nel dar tregua alle angosce di tutti i giorni, le sue tele promanano espiazione di una colpa non commessa: “Dipingo gli occhi che mi hanno giudicato fin da bambino, quando ha fatto esordio la mia patologia. A quei tempi si sapeva poco e nulla della Sindrome di Gilles de la Tourette.” – commenta Alfredo, rammentando quel marchio d’infamia che ancora offusca i suoi ricordi – “Venni etichettato come maleducato da coetanei e insegnanti a causa dei miei bizzarri vocalizzi e dei tic che, a detta loro, disturbavano le lezioni”.
Intorno ai vent’anni arriva la diagnosi. E’ l’inizio di un calvario, tra scoperta di sé e sgomento da parte dei familiari.
Come hanno reagito i suoi alla diagnosi? Non molto bene. Inizialmente pensavano si trattasse di problemi caratteriali. C’è stata sofferenza, come in tutte le famiglie con problemi legati alla salute mentale, frustrazione e
frasi non dette. I miei si sentivano in colpa, credevano dipendesse da loro quando, in realtà, si tratta di problematiche innate. Anche la società non è stata tenera nei suoi confronti. La gente fa ancora molta fatica a comprendere che se ti fa male un piede vai dall’ortopedico e quando stai male di testa vai dallo psichiatra. E’ uno dei retaggi del nostro Paese. Va tutto bene se il dolore è facilmente identificabile in una parte del corpo, ma se ildolore è nell’anima allora diventa un nemico invisibile che fa paura. E giudicare è più facile che conoscere. Lei, però, ha scelto di trasformare il dolore in arte. Come ci è riuscito? Scegliendo di rappresentare la verità, una predisposizione naturale che appartiene a tutti gli
artisti. L’artista è uno sciamano della società che cura i dolori quando ce n’è bisogno, allerta quando occorre farlo e scuote gli animi quando sente che qualcosa si sta assopendo. La mia arte è terapia, denuncia e verità al tempo stesso. Ho sempre paragonato la verità ai chiodi arrugginiti: difficili da ingerire. Eppure, la verità è stata scelta da grandi uomini che l’hanno amata al punto di sacrificare la vita in suo nome. Si riferisce a qualcuno in particolare? Mi riferisco ai profeti dei giorni nostri, gente che ha lasciato un segno nella storia e risponde al nome di Peppino Impastato, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Anche Gesù di Nazareth era uno di loro. Sono tutti martiri immolati davanti all’altare della verità.

Quindi la sua arte è paragonabile a una Via Crucis che conduce alla conoscenza. La vita di un’artista è come il Purgatorio. Attraverso l’arte espio il mio dolore e il dolore mi mette sempre davanti alla nuda verità.
In questo la Via Crucis è democratica, prima o poi tocca a tutti, dall’uomo più potente al più umile della terra. Siamo tutti chiamati a percorrerla ma solo se l’accogliamo ci trasforma e ci fa rinascere a vita nuova. Alla Via Crucis, tra l’altro, è ispirata la sua ultima collezione. Parto dal concetto di fallibilità. Nella vita capita a tutti di cadere come avvenne a Gesù, mentre andava incontro alla morte con la croce in spalla. Lungo il tragitto cade tre volte e altrettante si rialza. Rivedo Gesù tutti i giorni nelle persone che falliscono, cadono e si rialzano con le loro forze. Gesù era un uomo, esattamente come i tre personaggi che rappresentano la mia idea di Via Crucis: Maradona, Cassius Clay e Mike Tyson, personaggi discutibili ma autentici, uomini che sono stati investiti da un grandissimo dolore, sono caduti lungo il loro tragitto esistenziale e hanno portato la croce fino alla fine. Anche a lei è capitato di cadere? Ovvio, è il percorso che facciamo tutti. Gesù che incontra le donne di Gerusalemme potrei essere io con le figure femminili che mi hanno più volte aiutato mentre cadevo. La rappresentazione di Gesù crocifisso è un bambino sulla sedia a rotelle che viene
inghiottito da un mare di occhi; la resurrezione è rappresentata ancora una volta da un bambino di fronte a un Vesuvio in eruzione. Nell’esplosione di un vulcano non c’è solo devastazione ma anche rinascita. La lava è il sangue della Terra che feconda e fa rifiorire la natura meglio di prima. Ora sto lavorando all’ultima stazione, quella in cui Gesù incontra la madre. Facciamo un passo indietro. Ricorda il suo primo disegno? Ero alle elementari. Dovevo disegnare un gattino e credevo di non esserne in grado, così cercai di copiare mettendo il foglio sopra al disegno. L’insegnante mi vide e mi esortò a disegnarlo a mano libera. Da quel giorno non ho più smesso.

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