Farinetti a Monaco: la scrittura come atto morale,tra storia, romanzo e memoria

L’imprenditore-scrittore ha presentato questo martedì 10 marzo i suoi due ultimi libri, ‘La Regola del Silenzio’ e ‘Hai Mangiato?’ davanti a una platea numerosa alla Maison des Associations. Ad introdurlo il presidente dell’OdP-TRIF (Osservatorio del Paesaggio Transfrontaliero), l’ architetto Italo Muratore

Che abbia o meno il microfono tra le mani, Oscar Farinetti è sempre istrionico. Ma lo è ancora di più quando parla di scrittura, la sua passione meno attesa, quella che sorprende chi lo conosce solo come inventore di Eataly.

È un uomo che racconta con il corpo, che alza la voce su certe parole e la abbassa su altre, che salta da Traiano a Lorenzo de’ Medici e poi al PIL italiano senza perdere il filo — anzi, riannodandolo ogni volta con precisione teatrale. La conferenza organizzata dall’Osservatorio del Paesaggio Transfrontaliero, nella gremita sala della Maison des Associations di Monaco, lo ha mostrato in questo doppio registro: imprenditore che ragiona di economia e scrittore che difende la letteratura come strumento civile. A sentirlo parlare, dopo qualche minuto, è evidente che per lui la scrittura è catartica, perché sembra aver necessità di esporre – quasi come una missione la propria morale — etica ed estetica insieme. «C’è chi scrive libri e li tiene in casa», ha detto, «e chi scrive per condividere, con la presunzione che la propria visione del mondo possa essere utile agli altri.» Lui appartiene chiaramente alla seconda categoria, e lo dice senza falsa modestia. Si definisce un soluzionista: convinto, quasi ostinatamente, che ogni problema abbia una risposta. Prima di arrivare ai suoi 2 libri, però, Farinetti ha voluto inquadrare gli italiani nel tempo lungo della storia. Lo ha fatto con la disinvoltura di chi ha letto molto e digerito tutto: ha citato Traiano che nel 105 d.C. cedette metà del patrimonio per finanziare lo stato, con i patrizi che contribuivano al cinque per cento — una patrimoniale ante litteram. Poi è saltato al Rinascimento di Lorenzo de’ Medici che fondava gli Ospedali degli Innocenti per i bambini abbandonati (con la metà della moneta cucita nelle fasce dei neonati, così da permettere il riconoscimento futuro) e coordinava le grandi commissioni artistiche, chiamando Leonardo, il Perugino, Botticelli a lavorare per i committenti più esigenti d’Europa. Dopo il Rinascimento, il balzo è stato brusco: gli italiani che nel dopoguerra ripartivano da zero, accusati di essere stati razzisti, imperialisti, sovranisti, e che in pochi decenni costruivano la terza economia del continente. Farinetti ama i numeri come le storie: li ha allineati rapidamente sul palco, debito pubblico e risparmio privato, confronti con gli Stati Uniti, il posto dell’Italia nella classifica europea. Per poi soffermarsi, con un certo Paris, sul dato che lo preoccupa di più, il ventitreesimo posto nella classifica mondiale dei lettori. «Chi non legge», ha detto, «è sicuro del proprio pensiero. La lettura, invece , apre al dubbio. Solo se un popolo si accultura, riesce a migliorarsi.» La sua proposta, provocatoria e seria al tempo stesso, si quantifica con probabili sgravi fiscali per chi legge almeno dieci libri all’anno.

Tra un sorriso amaro, nel consenso generale della silenziosa platea, Farinetti approda al momento dei romanzi. La Regola del Silenzio, dice, tra il serio e il faceto, gli ha richiesto cinque anni. La moglie, ha raccontato ridendo, sostiene che lo abbia scritto perché è troppo chiacchierone — e che mettere per iscritto le parole fosse l’unico modo per imparare a trattenerle. Il libro è andato direttamente in testa alle classifiche, dice con un certo orgoglio, tanto che Alessandro Baricco, suo amico , gli ha scritto: «Non c’è più religione». Sottile osservazione. In un solo volume il nostro dice di aver raccolto e sviluppato, intrecciandoli nella storia, tematiche come la Famiglia, il Passaggio generazionale, l’ Amore, l’ Amicizia, la Propaganda e la Resilienza, ossia come rinascere dal baratro. La storia che ha narrato, invece, è condensata tutta nelle prime 5 pagine, senza spoilerare, dice Farinetti. Il protagonista si chiama Ugo Giramondi, soprannominato Chiodo, e vive vicino a Monza. Viene da una dinastia di ferramenta in cui tre generazioni incarnano tre filosofie opposte: il nonno, ex partigiano, che praticava un marketing umanistico tutto al servizio del cliente; il padre, orientato alla vendita per la vendita, simbolo della società dei consumi; e Ugo, bambino di nove anni che osserva tutto, ascolta tutti, e sceglie col cuore — come il nonno. È proprio il nonno che muore davanti a lui, improvvisamente, dopo avergli detto che «il chiodo è la madre e il padre di tutto, che senza alcuna cosa regge». Lo shock lo rende muto. Da quel momento in poi Ugo comunica solo attraverso i libri: li legge, poi adatta i passi che lo colpiscono al contesto della propria vita quotidiana, come se le parole degli altri fossero l’unico linguaggio che gli rimane. Al liceo classico stringe amicizia con un gruppo di cinque amici. Il migliore però, Giorgio, ha una relazione con Augusta, la ragazza di cui Ugo è innamorato. Li scopre. Li uccide. Ecco, da qui in avanti la storia non procede in ordine cronologico: emerge dall’arringa processuale, dal Pubblico Ministero durissimo e dall’avvocato difensore che smonta la propaganda come faceva Aristotele, con le parole semplici e precise, senza filosofeggiare come Platone. In carcere, Ugo legge tre libri che diventano specchi della sua condizione: I Buddenbrook di Thomas Mann, Il Processo di Kafka — riletto come la storia di Enzo Tortora, con quel concetto di vergogna che «dovrebbe sopravvivere» — e Il Piccolo Principe. La propaganda, sviluppata dai sofisti e poi codificata nei secoli, è uno dei fili conduttori del romanzo, il modo in cui le parole possono costruire o distruggere una vita, anche nella realtà.

L’altro libro presentato ‘Hai Mangiato?’, è una raccolta di ventidue racconti nata dalle fotografie di Bruno Murialdo, 22 per la precisione, ispiratrici di verità non visibili agli occhi. Farinetti è convinto che la fotografia non sia un’arte inferiore alle altre: è l’interpretazione di una storia intera racchiusa in un solo scatto. Ogni racconto parte da un’immagine, e da quell’immagine si svolge una vita.

Tra tutte le storie colpisce quella di Mentina, sposata a trentuno anni con un marito di nove anni più giovane, il cui figlio viene chiamato alle armi nel 1940 e viaggia in Grecia, Albania, Russia. Donna forte e coraggiosa, combatte ogni giorno e vive aspettando di ricevere le sue lettere che le raccontano il quotidiano. E poi più nulla, del figlio nessuna traccia, nemmeno a guerra finita, fino al giorno della Befana del 1946.

Qui Farinetti lascia il pubblico in suspence, passando alla vicenda di Michelangelo Pistoletto, ritratto in bianco e nero, che a ottantasette anni supera il Covid e torna a sciare. E poi, cita altri.

Ed infine c’è Gilda, nata in provincia di Cuneo lo stesso giorno di Marilyn Monroe, ossessionata dalla diva, ma che riesce ad emanciparsi a modo suo, lavorando nell’unico bar del paese. Una vita di provincia proiettata con il pensiero oltre oceano, che cambia quando nel 1962 sente alla radio che la Monroe è morta. La fotografia che ha ispirato il racconto immortala il momento in cui Gilda e un poster dell’attrice si trovano nello stessa inquadratura: due donne, due destini, un’unica immagine.

La serata si è chiusa con un elogio del libraio — «perché entrando in libreria puoi comprare anche un libro che non cercavi» — e con la promessa del prossimo romanzo, intitolato Omero non deve morire, non mancherà di presentarlo nuovamente a Monaco.

Dopo i saluti, la platea si è fermata ancora a lungo attorno ai tavoli, tra i vini della Cantina Cossetti della Riviera Ligure, continuando la conversazione che Farinetti aveva acceso mentre lui stesso, mentre autografava i volumi a chi ne faceva richiesta. Anche quello è stato uno show.

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