Claudio Baglioni: “Ed io continuo a sognare…

Settant’anni compiuti da poco, Claudio Baglioni torna con “In questa storia che è la mia” un emozionante spettacolo girato interamente al Teatro dell’Opera durante il lockdown. A raccontarcelo la nostra Patrizia Ruscio

Uno spettacolo eccezionale per tempi eccezionali, “In questa storia che è la mia”, l’opera-concerto registrata presso il Teatro dell’Opera di Roma, tratta dall’omonimo e ultimo album di inediti di Claudio Baglioni. Eccezionale non solo nell’ideazione – parole e musiche di Claudio Baglioni, direzione artistica di Giuliano Peparini – ma soprattutto nella realizzazione. In tempi normali, infatti, non sarebbe mai stato possibile dar vita a un’opera che trasforma in ambiente scenico ogni spazio: retropalco, palchi, golfo mistico, platea, foyer, camerini e corridoi. E’ il regalo più bello che Baglioni potesse farci per i suoi 70 anni, questo spettacolo disponibile on demand sulla piattaforma ItsART, il nuovo sipario digitale per teatro, musica, cinema, danza e ogni forma d’arte, con contenuti disponibili in Italia e all’estero. “La ferita dei teatri vuoti ci ha colpiti al cuore e faticherà a rimarginarsi“ – racconta Baglioni, – “Per questo ho cercato di contribuire a riempire quel vuoto, portando in dono al teatro tutto quello che avevo da dare. Musica e parole, naturalmente, ma anche un’opera che fonde recitazione, danza, gesto, giochi di luci e suoni, “quadri” animati da performer, e nella quale grande orchestra, coro lirico, coristi e band diventano co-protagonisti della narrazione. Ognuno di noi, con la propria arte, sensibilità, intensità, espressività, ha provato a cancellare il vuoto del teatro, riempiendolo letteralmente di vita”.

Come è nata l’idea di questo spettacolo?
“Un po’ di anni fa parlando con Peter Gabriel. Mi trovavo negli Stati Uniti per registrare un album che si chiama “Oltre” e che è stato realizzare per la maggior parte negli studi del Real World di Peter. Parlavamo di come sia difficile creare qualcosa di nuovo ed artisticamente emozionante. La pandemia ha reso il lavoro degli artisti ancora più difficile. Avevo fatto un album che per certi versi è una storia e poiché il teatro è uno dei protagonisti, ho cercato la collaborazione del Teatro dell’Opera. Dopo una fase di elaborazione, lo spettacolo è stato realizzato in quattro giorni”.

Stai pensando di dedicarti al musical?
“Sì, è un pensiero che ogni tanto mi attraversa. Devo dire che sto dietro a questo genere da una cinquantina d’anni. Presentai ‘Questo piccolo grande amore’ alla RCA italiana sottoforma di opera musicale.”
Qual è il momento più alto dello spettacolo?
Concide con il brano intitolato “Come ti dirò” che è una sorta di romanza in cui concentro tutto quello che i grandi poeti hanno detto del grande amore,
quando diventa così grande da diventare impossibile, e quella difficoltà di trovare le parole giuste, parole che mille volte non siano state dette prima e non siano logore. Ma, del resto, questo vale anche nell’avventura della vita, mi riferisco a riuscire a trovare finalmente le idee e le parole adatte a quel percorso e a quel mondo che sogniamo sempre, in cui la vita è veramente degna di essere vissuta. Lascia senza fiato. Quella secondo me è anche la mascherina!”
Si può considerare “Questa storia che è la mia” come la chiusura di un lavoro artistico iniziato con “Questo Piccolo Grande amore”? Non saprei dirlo, anche perché il verbo e il suo sostantivo in questo momento procurano un senso di oppressione e di fatica a elaborare i pensieri. Comunque sì, posso dire che “Questa storia che è la mia” è figlia di quell’album se non altro per la struttura. Nello spettacolo ci sono molti riferimenti al tempo”.


Come descriveresti il tuo rapporto con il trascorrere degli anni?
“Insieme all’amore, il tempo è l’altro grande protagonista di questo spettacolo. A volte il tempo è più forte dell’amore stesso, è un medico che sana le ferite anche se, a volte, il dolore consiste proprio nel sapere che anche quel dolore passerà. Il trascorrere del tempo è inevitabile. In una canzone ho scritto che l’unico modo per battere il tempo è farlo a tempo di musica. Noi musicisti siamo in grado di giocare con il tempo musicale e di costringerlo al nostro volere del momento. Nello spettacolo c’è un personaggio che interpreta il padrone del tempo, una figura che concilia con questa durissima battaglia che tutti quanti, uomini e donne, ingaggiano fin dall’inizio della loro esistenza”.
Quanto è importante, per te, continuare a sognare?
“Secondo me bisogna sognare sempre. Si dice che un uomo che non sogna è come un uomo che non suda, che tiene tutto dentro e finisce per ammalarsi. Io continuo a sognare. Può darsi che alla fine di una carriera saranno più i sogni che le opere realizzate, ma sognare continua ad essere indispensabile per me e per tutte le persone fanno il mio mestiere. Per la maggior parte del tempo abbiamo bisogno di pensare a un progetto anche se non si realizzerà”. Foto: (C) ANGELO TRANI

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