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Adrian – Celentano

Siamo abituati alla narrativa auto glorificante di Adriano Celentano dai tempi di Joan Lui (1985) il resto è storia televisiva fatta di lunghe pause, buoni ascolti e qualche fiasco.

Adrian è una produzione da venti milioni di euro ricca di nomi importanti (Manara e Piovani su tutti) per una serie televisiva d’animazione di nove puntate da 25 minuti ciascuna che come progetto nasce nel 2009. Tra intoppi, cause legali tra il Clan Celentano e tutti i collaboratori, financo la stessa Sky che inizialmente aveva l’esclusiva della serie, il progetto ha visto la luce su Canale 5 nel febbraio 2019. Di recensioni sul manufatto ne trovate tantissime. Preferisco dare un’occhiata alla comunicazione “Celentanese” uguale a sé stessa da mezzo secolo.

Le tematiche care al molleggiato sono sempre le stesse. La natura è bella, l’inquinamento fa schifo, il potere è cattivo, la gente semplice è bella, la guerra non è una cosa buona e la pace è sempre auspicabile e via così a suon di ovvietà buone per un tema di prima media.

La comunicazione lenta e asincrona, sia dello stesso Celentano che del prodotto di animazione è una “cifra” stilistica reiterata da tempo. Evidentemente funziona, o meglio, a un certo pubblico piace questa simulata fermezza che nell’intenzione tende a dare maggior peso drammatico alla battuta successiva. Viene percepito come un atto di saggezza da parte di uno che ha cose importantissime da dirci. Ecco il guru, il santone, ecco Dio.

“Come hai detto che ti chiami?”
Adrian: “non l’ho detto”

In questa battuta presente nella prima puntata, che è già stata sfruttata praticamente in tutti i film di Celentano, è racchiuso il Celentano pensiero. Vuoi sapere, ma io non dico, tuttavia lascio intendere che sono un tipo tosto e che il mio stesso nome è carico di “sintomatico mistero” (citando il maestro Battiato). Così Celentano da sempre si auto elegge uomo delle verità a metà tra Quinto potere (di Lumet) e dialoghi e movenze in stile Bud Spencer prima di una rissa.

Ma Celentano non si può discutere perché crea aspettative altissime e riesce ad avere sempre il controllo totale delle proprie produzioni e questo spiega il fatto che nessuno all’interno del suo staff osi obiettare su scelte artistiche e comunicative. È produttore di sé stesso e Dio onnipotente del proprio mondo, ci mancherebbe altro. Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che dagli anni settanta canti il brano inglese “Woman in love” storpiando le parole e che nessuno a lui vicino glielo abbia fatto notare..

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