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Il PizziNO di Riccardo P: un padre…

Stavi sulla porta e sorridevi con quel tuo sguardo bambino mentre io trafficavo tra cacciaviti e radio smontate un nuovo sogno di comunicazione. Poi siamo cresciuti tutti e due, caro Piero. Me le ricordo, sai, le notti di grilli in campagna ed io e te in piedi a ridere forte tra i denti scroccandoci mille sigarette, e ho perfetta memoria delle strane nostre gite della domenica a catturar rane e tritoni in una risaia. Le urla e l’odio rabbioso quando ero esattamente il figlio che avrei dovuto essere, poi il sorriso ed il compiacimento quando invece stavo sbagliando molto. Eravamo in controtempo io e te, però ci si capiva in fondo. Il lavoro di padre non è per tutti e non è facile, lo dicono i vecchi, lo dicono i saggi e pure tutti i fessi, però te ne rendi conto solo quando quel lavoro inizi a sudarlo sulla pelle. Ci son cose che ti vorrei ancora dire e carezze che ti vorrei sempre dare, ma mi sento in colpa nei tuoi confronti per un miliardo di motivi più o meno giusti, più o meno veri.. Non ricordo la data esatta di quando te ne sei andato, ma sono fatto così : rimuovo le cose brutte. So che stava per iniziare la primavera e che la tua infermiera aveva un sedere enorme mentre la guardavo allontanarsi da quella orrida stanza. Un uomo che resta solo deve trovare la forza di prendere a schiaffi la vita, superare il dolore delle gambe e dell’animo e rialzarsi, senza recriminare, senza dolersi, senza farlo pesare agli altri. In questo sei stato un ottimo esempio da non seguire, caro papà, ma (e ti prego di credermi) lo dico con grandissimo amore e consapevole del fatto che in mille altre cose le tue tracce positive sono ancora in me e le contino ad innaffiare tutti i giorni, anche se non ci sei. Tuo figlio Riccardo.

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