Dipendenza da indipendenza

Usiamo il cellulare mediamente circa duecento volte al giorno. Ovviamente trattandosi di una media   si possono raggiungere picchi anche doppi. La scienza si interroga, gli psicologi dettano regole comportamentali, ma noi semplicemente ce ne infischiamo.

Non si  era mai verificata nella storia dell’uomo una dipendenza così continuativa e diffusa a tutti i livelli sociali come quella che abbiamo sviluppato nei confronti di questo incredibile concentrato di tecnologie.

Per forza! Prima per fare tutte le cose che ci consente il nostro palmare dovevamo ricorrere a decine di oggetti separati. Usavamo la carta di credito, avevamo il nostro bel gps integrato nell’auto o separato, avevamo il nostro pc per mandare le email e la sveglia era un oggetto primitivo che stazionava sul comodino di fianco al nostro letto. Il telefono in bachelite della mia giovinezza era un oggetto inquietante saldamente avvitato al muro del corridoio di casa. Per non parlare della macchina fotografica, del registratore e del glorioso Walkman per ascoltare la musica.

Ora queste e decine di altre funzionalità son racchiuse in un solo oggetto: il palmare.
Quindi di quale dipendenza stiamo parlando? Se per mandare una mail uso il cellulare, o lo uso per scattare una foto posso essere definito tech addicted?

L’essere umano ha fatto la cosa che gli riesce meglio: adattarsi a una nuova situazione e trovare la via più pratica ed efficace. Abbiamo concentrato in quell’oggetto magico parte delle nostre vite, del lavoro, dei nostri ricordi e dei nostri segreti. Se a ciò aggiungiamo i social network e le comunicazioni personali che passano sui vari Whattsapp, Skype, Viber & co ecco che ci possiamo spiegare immediatamente quelle duecento volte al giorno in cui compulsivamente pigiamo touch screen (o bottoni, per chi ancora non rinuncia al vecchio Blackberry). Stiamo gestendo i nostri rapporti sociali, stiamo relazionandoci con le persone che fanno parte della nostra vita.

Non sto dicendo che una persona in mezzo alla gente intenta a messaggiare, concentrata su uno schermo, sia lo spettacolo più entusiasmante possibile. Affermo solo che è praticamente inevitabile.

Mi fanno sorridere i gestori di locali che fieramente tramite un cartello annunciano di non avere wi-fi, invitando i clienti a parlare tra di loro. Essi tradiscono una totale incapacità di adattamento all’ambiente (e alla clientela) cercando di celarla sotto una infelice coltre di umorismo spicciolo. La connettività oggi significa produttività, relazioni sociali, informazione e tempestività, chi si autoesclude da questo mondo fa di sé un disadattato funzionale. Non sto parlando di sostituire i rapporti verbali tradizionali, ma di migliorarli ed allenarli grazie all’esercizio quotidiano. Fateci caso: quelli che rifuggono tecnologia e reti sociali, spesso di persona sono  tutt’altro che affabili e men che meno interessanti interlocutori.

Ovviamente è necessario imparare a gestire la presenza del nostro “oggetto tecnologico” soprattutto quando siamo in mezzo agli altri.
Ma di questo, se vorrete, ne parliamo la prossima volta.

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