Blade Runner 2049

Ridley Scott nel 1982 aveva il problema di spiegare allo staff il suo progetto visionario e per farlo entrare nel giusto mood diffondeva per tutto il tempo delle riprese, tramite enormi amplificatori, il tema centrale di “quel” Blade Runner. Una musica semplice ed evocativa, composta da un musicista greco (Vangelis) usando un dinosauro di sintetizzatore (lo Yamaha Yamaha CS-80). Roba che oggi fa ridere, roba che oggi fai con un pc, ma che allora era il futuro. Il futuro gestito con classe.

Fu girato in un pezzo di strada chiusa ed allestita per l’occasione a Hollywood. Da qui l’esigenza del fumo, del buio e della pioggia, altrimenti si sarebbe smascherata la povertà della location. Il risultato fu un film icona sci-fi e del cyberpunk che segnò alcuni argini definiti. Il più importante (a mio parere) è che fu l’ultimo film significativo realizzato senza uso di computer graphic. Ogni cosa che si vede in Blade Runner 82 è realizzata con modellini in scala, con fumo vero, con esplosioni vere, etc.. Considerando che è più o meno la stessa tecnica usata per i Muppet e per Topo Gigio direi che il vecchio Scott se l’è cavata piuttosto bene.

Il secondo argine era la tematica, ovvero una nuova visione del rapporto uomo macchina, uomo coscienza, uomo tecnologia. Con tutti i blablabla del caso che vogliamo aggiungere. Possiamo rilevare che Blade Runner è stato il primo film a creare un dubbio eticamente corretto ed esteticamente piacevole, basato sull’eterna questione: “con tutta questa tecnologia dove andremo a finire?” che può sembrare una questione oziosa, ma nel 1982 il concetto di computer con cui aveva a che fare il 90% dell’umanità era il Commodore 64 (uscito in quell’anno) e ragionare di umanoidi era nuovo, affascinante e molto inquietante. Può fare sorridere, ma probabilmente in questo momento avete in mano un telefono che usa l’intelligenza artificiale per capire cosa dite, una voce sintetica per rispondervi, e probabilmente lo fa anche con una discreta dose di umorismo.

La terza novità del film era che, come molti dissero allora, si trattava di un film noir esistenziale, con in più la variante del futurismo.

Ok, il monologo finale di Roy Batty (ho visto cose che voi umani..) ha stancato tutti, e il motivo è semplice: quel monologo, quel bellissimo e geniale monologo inventato di sana pianta da quell’adorabile pazzo di Rutger Hauer è entrato nell’immaginario collettivo anche di chi il film non lo ha mai visto per colpa di una certa sottocultura televisiva che ce lo ha propinato in tutti i modi possibili, spogliandolo del valore e del significato originale. Provate a riguardare il film del 1982 in modo più attento e quando arriverete a quel monologo avrete i brividi, perché è oggettivamente uno dei punti centrali e fondamentali del film icona di Scott. Il momento in cui il “robot” (che come tutti i robot anela essere umano) si rende conto che la sua vita è arrivata alla scadenza decisa da una entità superiore e non può fare molto più che chinare il capo e morire, arrendersi, abbandonarsi, smettere di lottare.. Cosa c’è di più umano di questo? cosa c’è di più evocativo, se lo caliamo nella nostra vita? Siamo tutti come lui nel momento dell’addio.. Siamo tutti super uomini, ma smettiamo di lottare perché abbiamo perso, perché qualcuno ha deciso che è il momento di uscire di scena.

E poi c’è il tema dell’amore. Il caro tema dell’amore. Quello impossibile, quello innaturale, complesso, da psicanalisi. Tra il cacciatore di replicanti e la replicante (Rachael). Lui la dovrebbe eliminare, ma la ama. Lei dovrebbe temerlo (anche perché è cordiale come un riccio nelle mutande) ma se ne innamora perdutamente. Roba che Giulietta e Romeo è una soap opera argentina..

Il tutto immerso in un mondo creato, progettato in tutti i dettagli da zero. E mi riferisco agli oggetti di scena, ai mobili , ai soprammobili, allo Spinner e a ogni cosa che compare nel blade runner del 1982.

35 anni fa ho amato profondamente Blade Runner, l’ho amato di nuovo ogni volta che l’ho rivisto (in tutte le versioni possibili) e dopo 35 anni questo sequel non può essere trattato come Guerre Stellari 24 o Lo Squalo 3D, né possiamo banalizzare il mondo creato da Ridley Scott riducendolo al monologo di un tizio in calzamaglia con i capelli ossigenati su un tetto. Ci troviamo di fronte a una operazione di rispetto nei confronti della vecchia opera, realizzata con le tecnologie odierne e con gusto. La sceneggiatura completa il puzzle del primo film a distanza di un trentennio e lo fa in modo magistrale.

Se vi aspettate un film d’azione, allora forse è meglio andare a vedere The Avengers. Se non avete visto il film del 1982 o non ve lo ricordate, allora probabilmente di Blade Runner 2049 non ci capirete gran che. Diversamente lo amerete profondamente, come è stato per il primo.

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